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Documentazione Interdisciplinare Scienza e Fede

Sommari Relazioni IT

D. Riccardo Petroni

Spiritualità eucaristica nella vita dei Santi

La spiritualità eucaristica accomuna la vita di tutti i santi, perché è proprio a partire dal loro rapporto consapevole e attivo con Cristo presente nell’Eucaristia che essi hanno potuto compiere le meravigliose opere di carità di cui abbiamo testimonianza, ma soprattutto praticare le virtù cristiane in grado eroico.

Nella comunione eucaristica si realizza specularmente ciò che lo Spirito Santo opera nella consacrazione delle specie eucaristiche: ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo il cristiano viene assimilato e come trasformato in Lui, al punto che il suo essere non gli appartiene più, ma diventa Corpo di Cristo. San Paolo, il primo santo eucaristico, esprime il compimento di questo mistero quando afferma: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). In epoca patristica Sant’Ignazio di Antiochia, sapendo di dover affrontare la condanna a morte ad bestias a motivo della sua fede in Cristo, esprime il desiderio di diventare «pane macinato per Cristo» e supplica i cristiani di non intercedere presso le autorità romane per la sua liberazione, perché attraverso il sacrificio della sua vita in unione a Cristo possa realizzarsi la sua «transustanziazione». Santo dell’Eucarisita per eccellenza è San Tarcisio, il giovane accolito incaricato da Papa Sisto II di portare l’Eucaristia ai cristiani condannati a morte a causa della persecuzione; ucciso brutalmente a sassate morì stringendo al petto l’Eucaristia che custodiva con grande amore e che divenne parte del suo stesso corpo. Non è possibile enumerare tutti i santi legati in modo particolare all’Eucaristia. Tra i più recenti vengono ricordati San Pietro Maldonado (ucciso in odio alla fede, in Messico mentre cercava di custodire il Santissimo dalla profanazione dei militari) e il Card. Van Thuân (prigioniero per 17 anni, di cui 7 in isolamento, in un carcere del Vietnam).

 

Prof. Roberto Fornara O.C.D.

Il pane da consumare: cibo, liturgia e dono della vita nella Bibbia ebraica

L’analisi dei termini utilizzati in lingua ebraica per indicare il cibo o l’alimentazione in generale, mette in evidenza una molteplicità di significati e di applicazioni che richiamano da un lato la violenza, la distruzione o consumazione, dall’altro la festa, la gioia, la prosperità, ma anche il silenzio per mettersi in ascolto della Parola di Dio. Nel testo biblico sono molto significative la proibizione divina di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, contenuta nel racconto della creazione del Libro della Genesi, e le prescrizioni minuziose sulla purità o impurità degli alimenti, contenute ad esempio nel Libro del Deuteronomio. Il limite posto da Dio all’alimentazione, e quindi al sostentamento dell’uomo, significa che l’essere umano deve sempre riconoscere Dio come origine della vita e come Colui che provvede ai bisogni più profondi dell’uomo. Allo stesso tempo, però, egli deve accettare il limite e la finitezza della propria esistenza, senza voler diventare il riferimento unico ed assoluto del proprio agire, ma deve assumere un atteggiamento di responsabilità nei confronti del dono e del Donatore. La tentazione di Satana fa leva proprio sulla paura di questo limite, per oscurare la vera immagine di Dio e condurre al peccato, che si consuma nel momento in cui l’uomo, cedendo alla cupidigia, perde di vista il Donatore e vuole appropriarsi totalmente di ciò che ha ricevuto in dono. Al contrario, se l’uomo impara a digiunare, rinunciando quindi alla logica della rivalità e del possesso per accettare la logica del dono, potrà meglio conoscere e «vedere» Dio.

 

Prof. Elmar Salmann O.S.B.

Cibo e bellezza: tra contemplazione e congiunzione

Tra l’approccio puramente simbolico-figurativo (logica della visio e della contemplatio) e quello opposto che pone l’accento sulla realtà del pasto, del mangiare (logica della consumptio), il professor Salmann affronta il tema dell’Eucaristia in nome di una logica dialettica che contestualizza e relativizza entrambe le posizioni. Approfondendo il filone classico della teologia scolastico-tomistica, in particolare a partire dall’analisi degli inni eucaristici di San Tommaso d’Aquino e di alcune questioni della Summa Theologica, egli dimostra che entrambi gli aspetti sono compresi e in qualche modo superati nel grande mistero dell’Eucaristia. Sette punti aiutano a comprendere questa prospettiva: al centro dei misteri cristiani vi è come un vuoto, una realtà inafferrabile e inesprimibile; l’Ultima Cena come riassunto della prassi di Gesù, e quindi come segno del significato della sua vita; il rito eucaristico, che oscilla tra simbologia animalesca e sublimazione; il vastissimo campo semantico utilizzato in riferimento all’Eucaristia che abbraccia la memoria, la benedizione, la lode e l’adorazione, si estende al sacrificio, al dono, all’offerta (oblatio, pascha), passa per la presenza nascosta, ma rivelata, fino alla consacrazione, alla conversio, al mutamento di sostanza; la dimensione sacrificale che esprime l’immolazione cruenta di Cristo; il mangiare (sumptio) inteso come nutrimento spirituale dell’anima che viene a sua volta assunta, trasformata in ciò che riceve e gode della visione (contemplatio) di Dio; la dimensione escatologica della visione e del mangiare che sfocia nella logica della monstratio eucaristica: Cristo si espone a noi, alla nostra contemplazione perché a nostra volta ci lasciamo esporre esistenzialmente agli altri per mostrare qualcosa del volto di Dio a chi non lo conosce ancora.

 

Prof. Jordan Sliwinski O.F.M.Capp.

Cibo e violenza: aspetti simbolici

Il tema «cibo e violenza» viene affrontato attraverso un’analisi antropologica relativa al contesto culturale della civiltà occidentale contemporanea, di cui si sottolineano in particolare tre aspetti: il consumismo (mangiare qualcosa), il cannibalismo (mangiare qualcuno), l’autoconsumazione (mangiare se stessi). Oggi l’uomo si nutre di emozioni, sensazioni, impressioni istantanee e passeggere e gli oggetti di consumo sono diventati un modo per creare continuamente nuove sensazioni, con il duplice rischio di uno spreco eccessivo di risorse e della perdita della propria identità storica. Inoltre, i rapporti tra le persone si basano prevalentemente su una concezione dell’uomo limitata alla sua dimensione corporea; ne consegue una riduzione della persona ad oggetto di consumo per il proprio interesse o piacere, ma allo stesso tempo una nostalgia di una relazione personale autentica fondata sull’amore. Infine, anche a motivo delle nuove tecnologie, si assiste ad una certa alienazione del soggetto dalla realtà, ad un isolamento dal mondo reale che toglie alla persona la libertà di scelta, rendendola dipendente da ciò che le viene proposto. Vi sono però anche aspetti positivi come il consumo critico e la sensibilità ecologica che si va sempre più diffondendo. In ambito religioso va rilevata la tendenza a considerare la religione come analgesico contro i problemi e le difficoltà della vita e quindi come un oggetto da supermercato, in cui i valori vengono relativizzati in base alle proprie esigenze. L’insegnamento cristiano è ricco di riflessioni e di proposte – come l’epistemologia del digiuno – capaci di contrastare questa visione riduttiva della persona e della religione.

 

Dr.ssa Lavinia Gasperini

Risposta educativa alla povertà e alla fame con un approccio interdisciplinare

Per promuovere gli obiettivi del millennio in seno alle Nazioni Unite, la FAO si avvale della collaborazione interdisciplinare in una filosofia di partenariato con numerose organizzazioni civili e religiose, pubbliche o private che possano aiutare ad affrontare la lotta alla fame e alla povertà nel mondo. Obiettivo fondamentale è la sicurezza alimentare che integra aspetto quantitativo e qualitativo dell’alimentazione, non solo per i consumatori, ma anche per i produttori. In particolare il partenariato Educazione delle Popolazioni Rurali (ERP) vuole creare un ponte tra coloro che si occupano di sviluppo umano (in senso globale, fisico, biologico, spirituale) e quanti operano nel campo dello sviluppo rurale per superare il divario tra la popolazione urbana e quella rurale. La sua attività si basa sulla convinzione, confermata da recenti studi, che l’investimento nell’educazione, nella formazione e nello sviluppo di capacità è un requisito essenziale per la diminuzione della povertà e l’aumento della sicurezza alimentare di ogni Paese. Tenendo conto che il 70% dei poveri si trova nelle zone rurali, si comprende il motivo dell’impegno specifico e primario nei confronti delle popolazioni che vivono nella campagna e l’importanza della sensibilizzazione dei governi a livello nazionale ed internazionale affinché il tema dell’educazione delle popolazioni rurali non venga ricompreso e mescolato all’interno dei gruppi cosiddetti svantaggiati o vulnerabili come i disabili, i carcerati, ecc. Le principali attività del partenariato ERP, che si svolgono ormai da dieci anni, possono essere sintetizzate in alcuni grandi ambiti di intervento: allocazione di risorse a favore delle popolazioni rurali; creazione di un coordinamento tra i vari organismi coinvolti nello sviluppo; facilitazione dell’accesso all’educazione; educazione allo sviluppo agricolo favorendo e promuovendo imprenditorialità; contenimento del fenomeno della fuga degli insegnanti dalle zone rurali. Alcuni segnali positivi dell’azione svolta dalla FAO si ravvisa nel fatto che alcuni Paesi che hanno inserito nei loro programmi la promozione dell’educazione rurale fungono da modello per altri Paesi in via di sviluppo, inoltre, in alcuni casi le persone riescono più facilmente a riportare in sede di governo centrale i bisogni delle comunità rurali, ed infine, la dichiarazione del Vertice Mondiale dei capi di Stato tenuto nel 2009 ha riconosciuto la necessità di investire risorse nelle infrastrutture rurali, inserendo tra queste anche il vasto campo dell’educazione.

 

Dott. D. Andrea Ferrero

Malefici e alimentazione

La possibilità del maleficio attraverso l’alimentazione si spiega da un punto di vista teologico con la presenza e l’azione di Satana, che sin dall’inizio della creazione opera per introdurre e diffondere il male nel mondo e nell’uomo. Alcuni testi della Sacra Scrittura permettono di affermare che, in alcuni casi, esiste un legame tra questa azione del maligno e l’atto del mangiare, come ad esempio nel caso del peccato originale e del tradimento di Giuda. Si parla di maleficio in senso stretto quando si ricorre a pratiche che invocano l’aiuto e l’intervento del demonio per procurare un danno ad altri, nei loro beni o nella loro persona. L’efficacia del maleficio è subordinata alla permissione divina, che in qualche modo tollera il male con il fine di ricavarne un bene maggiore; ma dipende, in parte, anche dalla malvagità di colui che invoca Satana. Nel Vangelo il Signore Gesù abolisce ogni proibizione alimentare, dichiarando mondi tutti i cibi, e San Paolo, parlando delle carni immolate agli idoli, sottolinea che esse non hanno alcun valore, infatti i cibi «maleficiati» non contengono sostanze velenose, ma fungono da strumento sensibile e simbolico per l’azione di Satana. I malefici alimentari non si contrastano ricorrendo magicamente a riti o formule capaci di «togliere» il maleficio (anche se compiuti da un sacerdote), ma con il ricorso fiducioso a Dio che ci invita ad avvicinarci a Lui nella ricerca sincera della sua volontà, purificando la nostra fede, confidando nella sua misericordia e nel suo aiuto e compiendo atti di carità verso Dio e verso il prossimo.

 

Dr. Paolo Soster

Nutrirsi di Dio: aspetti medici nel caso della Beata Alexandrina Maria Da Costa

L’intervento tratta la vicenda della beata Alexandrina Maria Da Costa, nata e vissuta in Portogallo agli inizi del Novecento, nei suoi aspetti medici correlati alla sussistenza con la sola Eucaristia; situazione che è stata verificata in ambito ospedaliero e che suscita interrogativi importanti sulla natura dei fenomeni osservati.

Una progressiva disfagia dal Marzo del 1938 portò la beata a non riuscire più ad assumere alcun cibo o bevanda ad esclusione della Santa Eucaristia. Le venne pertanto proposto un internato volontario al Rifugio per la Paralisi Infantile di Oporto per 40 giorni di osservazione medica dai quali risultò che Alexandrina non mangiò, non bevve, né defecò od urino per tutto il periodo. Il quadro clinico configurabile in situazioni simili è quello di un’insufficienza renale acuta che non avvenne nel caso della Beata.

Varie sono le interpretazioni: la teoria scientista che ritiene di poter spiegare i fatti attraverso il progresso della tecnica e delle conoscenze o con patologie mentali; un’altra ritiene l’organismo umano capace di utilizzare energie interne al corpo che si manifestano in condizioni particolari come la santità; un’interpretazione ancora diversa proviene dalle realtà orientali dove però non vi sono studi scientifici.

La Chiesa Cattolica considera questo caso un miracolo che indica all’umanità la vera natura dell’Eucaristia: il Corpo di Cristo come vero cibo e come prefigurazione della sussistenza dell’organismo dopo la risurrezione dei corpi che avverrà alla fine dei tempi.

 

Mons. Alceste Catella

Cibo e liturgia

Attraverso la lente della “mediazione antropologica”, con cui si evidenzia il senso umano del mangiare, mons. Catella analizza il “rito” eucaristico, istituito nell’Ultima Cena, e ne spiega il significato a partire dalla valenza simbolica dei gesti compiuti e delle parole dette da Gesù Cristo durante tutta la sua vita. Il Nuovo Testamento assimila la vita e la storia di Gesù ad un banchetto, di cui l’Eucaristia è il memoriale. Nel Vangelo di Giovanni la simbologia del mangiare e del bere è molto ricca ed è riferita sia alla vita di grazia, sia alle relazioni di amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Gesù Cristo è colui che sazia la sete degli uomini, attraverso il dono dello Spirito Santo, il quale fa scaturire la vita divina nel cuore dei credenti; il cibo di Gesù è fare la volontà del Padre; Cristo è il pane vivo disceso dal cielo, che dona la sua vita, offrendo la sua carne e il suo sangue come nutrimento per gli uomini. Il pane che Gesù prende in mano nella Cena Eucaristica è portatore non soltanto di un simbolismo naturale e storico, ma anche di quello derivante dalla storia “soprannaturale”, dell’Antico e del Nuovo Testamento (Pasqua, manna, ecc.). Il rendimento di Grazie di Gesù si estende al dono di tutta la creazione e dell’umanità ricapitolata in Lui. Lo spezzare del pane è il dono libero della propria vita, per amore al Padre e agli uomini, trascrizione simbolica e perfetta dell’estasi trinitaria, in cui ciascuna persona divina non è che relazione sussistente e non esistente che negli altri. Il “corpo dato” esprime il passaggio dal corpo di carne al corpo mistico. Con il comando: “Fate questo in memoria di me”, Gesù invita tutta la Chiesa ad entrare nel suo atto eucaristico di donazione e di amore, affinché l’agire dell’uomo diventi l’agire di Dio attraverso l’uomo. Il vino è simbolo di gioia e di sofferenza insieme, con cui Gesù ci significa che la sua morte, con tutta l’amarezza che comporta, contiene, tuttavia, una gioia inesprimibile, perché è l’attuazione dell’Alleanza, della comunione tra Dio e gli uomini, anticipazione della gioia senza fine nel banchetto celeste.

 

Dr. Leonardo Marletta

Peccato-vizio di gola-gastrimargia

Il dottor Leonardo Marletta parte da una premessa sulle malattie spirituali (malattie dell’anima) come passioni e desideri disordinati, che implicano l’allontanamento delle facoltà dell’anima dal loro orientamento a Dio. La dimensione spirituale del peccato-vizio di gola-gastrimargia è rappresentata dalla ricerca smodata del piacere attraverso il mangiare, dalla intemperanza della bocca e del ventre (gastrimargia, come “follia del ventre”); è manifestazione della concupiscenza (condizione umana di brama, di possesso, di desiderio), e dell’io egoistico che blocca il cammino spirituale. Seguono alcuni interventi e condizioni per la guarigione spirituale come: re-indirizzare le facoltà dell’anima verso Dio; sinergia tra sforzo dell’uomo e grazia ricevuta; conformare la volontà umana a quella del Cristo; conversione come modifica radicale dello stile di vita; la volontà di guarire; esercizi di disciplina della propria oralità; i sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia; la preghiera; la pratica delle virtù della temperanza, sobrietà e moderazione; il combattimento contro i pensieri; essere sentinelle vigili ed evitare che i nostri cuori si appesantiscano per essere pronti al combattimento spirituale contro le tentazioni. Il relatore indica come necessario un cambio di prospettive: dalla logica del consumo a quella della comunione/condivisione; amare non solo i doni, ma anche il Donatore, come insegna san Giovanni della Croce nella Notte oscura dell’anima, per essere del tutto puri e liberi da ogni attaccamento e da ogni desiderio di possesso al fine di unirsi a Dio mediante la carità. Infine viene trattata la dimensione psico-sociale e dei modelli culturali amplificati dai mass media: il cibo punto di incontro tra natura e cultura, a cui sono interessati i valori relativi al piacere, il possesso dei beni materiali, l’affermazione di sé, il benessere e la felicità, il dolore e la sofferenza.

In conclusione si evidenzia come nel tema del cibo-nutrimento sono implicate diverse dimensioni: quella materiale-biologica, quella simbolico-culturale e quella spirituale, pertanto il bisogno del nutrimento riguarda il cibo e l’acqua, i gesti e le parole che nutrono le relazioni, la Parola di Dio.

 

Prof. Mihály Szentmártoni, S.J.

Bulimia e anoressia

Il prof. Mihály Szentmártoni S.J. colloca il rapporto uomo-cibo su due estremi: da un lato l’idolatria del cibo che si esemplifica nel caso del ricco del Vangelo e dall’altro il disprezzo del cibo che si esemplifica in alcuni casi di asceti tra i primi eremiti. Il rapporto dell’uomo verso il cibo può essere deformato e diventa sintomo di qualche disturbo psichico, attraverso il fenomeno del disturbo alimentare, allarmante nella nostra società occidentale: l’anoressia, la bulimia, il vegetarianismo e altri nuovi disturbi. Viene approfondito il tema dell’anoressia con i criteri diagnostici della severa perdita di peso, la paura di ingrassare, il dismorfismo corporeo, l’amenorrea. Si analizza l’alterazione dell’immagine di sé, che fa percepire il proprio corpo come inadeguato e, in particolare, costantemente in condizioni di soprappeso. Il relatore traccia alcuni spunti sugli approcci terapeutici: uscire dallo stomaco della balena, in cui la terapia consiste nell’uscire dalla morsa della protezione familiare; lasciare andare il figlio prodigo; Overeaters Anonymous (il gruppo degli Obesi anonimi). Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che non sanno più bene come e quando “aprirsi” o “chiudersi” al mondo e che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Non c’è nulla da “aggiustare”, da “riparare”, da “normalizzare”. Si deve solo aprire la porta alla gioia di vivere e smettere di pensare che tutto è un “peso”. Si deve capire che non è tanto il “sintomo” che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo, per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà. Viene infine analizzata la “santa” anoressia attraverso l’esperienza di Santa Francesca Romana (1384-1440), cercando di individuare i tratti che la distinguono dalle anoressiche di oggi. La moderna anoressica cerca un fine sociale: salute corporale, magrezza ed autocontrollo. La santa anoressica del medioevo cerca la sua salute spirituale, il digiuno è un atto di privazione; vede l’Agnello, Cristo Gesù, e lei è vicina a Lui nel paradiso e sente l’amore di Dio e si alimenta dell’Ostia.

 

Prof. D. Fabrizio Pieri

La tentazione di Gesù: Non di solo pane vive l’uomo

La chiave ermeneutica che don Fabrizio Pieri utilizza è quella dell’esperienza dell’Uomo Gesù nel deserto della prova, che vive e spende l’intera sua esistenza per saziare la fame del Pane del Padre, che consiste nel compiere fino in fondo la Sua volontà. Vengono approfonditi i testi lucani, anche nell’originale greco. In Luca 4,1-13 Satana mette alla prova la divinità di Gesù nel tentativo di allontanare la sua volontà da quella del Padre. Gesù risponde alla tentazione ponendo la sua divinità e il suo potere soltanto al servizio del Padre, perché da questo atto traspaia e si realizzi il progetto di salvezza. In Luca 22,39-46 Gesù è mostrato nella debolezza della sua umanità, per essere modello per i discepoli: solo la preghiera permette di vivere la prova come un cammino di salvezza. Nella preghiera, più che l’allontanamento della prova, Gesù chiede la forza per superarla. Infatti, il Padre non allontana il calice, ma manda un angelo a confortarlo. La tentazione come mistero della prova – che è vissuta da Gesù dolorosamente fino al punto di sudare sangue, ma anche come un kairòs salvifico e redentivo, nella prospettiva di essere il cibo che sazia la fame d’amore del Padre – ci provoca ad essere uomini e donne credenti, che si proiettano in quello che realmente conta: accogliere, vivere ed incarnare la Parola di Dio per non cadere nel rischio profetizzato da Amos, in nome di Dio: Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno. (Am 8, 11-12).

 

Prof. Dr. Massimo Aliverti

La dimensione magico-religiosa del cibo. Storia e antropologia della ritualità alimentare.

 

L’intervento espone in maniera completa e dettagliata, completandosi con numerose citazioni letterarie, l’importanza della ritualità alimentare nella storia plurimillenaria dell’uomo della quale rappresenta una costante. Essa nasce dall’integrazione tra fattori biologici e culturali venendo a rispecchiare la società di appartenenza ed è carica di una valenza simbolica che trova la sua maggiore espressione nel mondo magico, attraverso la preparazione e l’assunzione di filtri e pozioni, e in quello religioso dove assume il significato di “un usuale tramite tra il mondo terreno e il mondo soprannaturale”. Rituali sono evidenziabili nel reperimento del cibo per ottenere raccolti o cacciagione abbondanti, nella celebrazione di eventi importanti per la comunità o per una parte di essa come anche nei fenomeni di cannibalismo ove l’assunzione di parti del defunto serviva ad acquistarne determinate qualità. Da sempre inoltre molte delle ricorrenze dell’anno, siano esse sacre o pagane, sono caratterizzate dal consumo di cibi, come avviene per la festa di Halloween, di San Nicola, di Santa Lucia, per la celebrazione del Natale, per la ricorrenza della Befana. In ambito più specificamente religioso è noto che tutte le principali religioni presentano rituali e norme comportamentali attinenti al cibo. Il Cristianesimo prevede limitati periodi di astinenza e digiuno, nella liturgia cattolica “il pane e il vino vengono offerti ai fedeli come corpo e sangue della divinità”, per gli ebrei esistono cibi proibiti, rituali per la macellazione degli animali nonché limitazioni nel consumo di vino e vegetali, i musulmani non possono assumere determinati alimenti, osservano periodi di astinenza e preparano il cibo secondo precise regole, i buddhisti e gli induisti seguono norme che regolano e limitano l’alimentazione. In conclusione la “ritualità alimentare ha caratterizzato in passato e caratterizza tuttora paesi e genti di ogni epoca e di ogni parte del mondo”.

 

Dott. D. Claudio M. Berardi

L’uomo integrale e dialogo interdisciplinare

 

L’intervento è introdotto da una panoramica storico filosofica che percorre la parabola discendente della modernità rispetto alla concezione dell’uomo. Perno del disorientamento antropologico non è la scienza ma il modo di intendere il metodo scientifico. La sfida culturale contemporanea è mettere in dialogo gli uomini di fede e gli uomini di scienza, ciò è possibile evitando la sovrapposizione epistemologica, distinguendo le competenze per una visione unitaria del sapere. Si evidenzia l’utilità e la necessità di un approccio interdisciplinare alla conoscenza della realtà intesa anche come risposta alla frammentazione del sapere e alla decadenza sapienziale della post-modernità. L’unità del sapere è proposto non tanto come un metodo filosofico quanto piuttosto come un percorso formativo personale e universitario. La confusione generata da diversi approcci filosofici e “scientifici” in ambito antropologico e metodologico è da attribuirsi a diverse cause storiche e preconcette, una di queste è la carenza di rigore semantico e la mancanza di distinzione tra la dimensione psichica da quella spirituale. L’intervento auspica una maggior collaborazione tra il mondo scientifico e il sapere teologico creando un luogo di incontro, sotto lo stesso “tetto” pur abitando in “stanze” diverse, consapevoli che la “porta” del sapere è aperta per tutti e ci invita a costruire l’abitazione all’ombra della Sapienza e abitando in essa”.